venerdì 7 ottobre 2016

Solo un ciarlatano

"Quando mi sono ritrovato davanti a una parete intera di libri sulle crociate mi sono sentito piccolo e insignificante come i poveretti fatti a pezzi per le strade di Gerusalemme nel 1099. Quando ho messo piede in una stanza piena di libri sul Settecento francese ho provato una sensazione molto simile alla disperazione. Lo storico che non conservi un minimo di umiltà di fronte a così tanti documenti si sta autoingannando, e chi non ammetta la propria inadeguatezza quando si tratta di scrivere con autorevolezza sul passato dell’umanità è solo un ciarlatano"
Ian Mortimer, Moretonhampstead, Devon, luglio 2014

Se uno storico professionista, uno che si occupa di storia da una vita dice questo, figuriamoci io che di mestiere faccio tutt'altro e di storia mi occupo ogni tanto, dopo cena: decisamente NON sono una fonte storica autorevole (se non come autobiografo). Quindi, perché mettersi a pasticciare con un blog di storia?

Perché sento il vuoto. A scuola ci hanno insegnato storia, vale a dire la storia dell'impero romano prima e di certi paesi d'europa (manco tutti) poi. E fuori? Cos'è successo nel mondo, in tutto questo tempo? In Europa, o nelle Americhe, o in Africa, o in Asia?

Come minimo, la civiltà cinese esiste da 5000 anni (ma qualcuno dice 7000, e altri anche di più). Noi, italiani medi, che ne sappiamo? Che a un certo punto c'è andato Marco Polo. Pochino direi. E i russi? Cos'hanno combinato nei mille anni prima che diventassero tutti comunisti, nel 1917? Boh.

Miracolosamente si sa qualcosa degli Inca e degli Aztechi, forse perché i libri di scuola li devono nominare quando parlano del Nuovo Mondo, e a quel punto pare brutto dire che c'erano e basta... però, rendiamoci conto che noi (italiani medi che usciamo dalla scuola dell'obbligo) di storia sappiamo solo:
  • La storia dell'Italia;
  • Quel tanto di storia generale che serve per capire la storia dell'Italia.
E ci va ancora bene, visto che la nostra storia è un pezzo fondamentale di quella generale. Ma anche così, trovo che la storia che mi hanno insegnato a scuola manchi di troppi pezzi. Sento il vuoto, come ho detto. Gli Jagelloni? I Safavidi? I Sassanidi? Tamerlano? L'Orda d'Oro? Gli Khmer? I Thai?... Boh. Bah. Mah. Pof. Baf. Fup. Pah.

Non è un'accusa agli insegnanti: il programma quello è. Benedetto Croce c'entra già molto di più, visto che l'attuale indirizzo educativo l'ha impostato lui e poi nessuno l'ha mai più toccato (e sarebbe ora, secondo me), ma pure a lui che vogliamo chiedere? Doveva fare gli italiani e farli come voleva il padrone (Mussolini), per cui la retorica patriottica ci doveva stare per forza.

Comunque sia nato però, il vuoto che sento resta. Dal tentativo di colmarlo viene il mio interesse, e poiché la ricerca mi sta portando buoni frutti, qualcuno lo posso pure mettere qui. Non sono uno storico, non pretendo di rivelare chissà quale verità: posso solo raccontare qualche storia ogni tanto. E forse, spero, riuscirò a non fare il ciarlatano.

domenica 4 settembre 2016

@

Nel 1971 Ray Tomlinson, l'inventore della posta elettronica, scelse la chiocciola (@) per unire l'username al dominio, creando così l'indirizzo email e immortalando quel carattere strampalato, che poco dopo sarebbe diventato un simbolo di Internet.

Ma come c'era finito, quel coso lì, sulla sua tastiera? Giorgio Stabile, docente di storia della scienza all'università "La Sapienza" di Roma, si è preso il disturbo di scoprirlo. Nel 2000 infatti gli capitò sotto gli occhi una nota di paleografia commerciale che descriveva l'uso dei simboli nell'archivio trecentesco del mercante pratese Francesco di Marco Datini, giunto fortunosamente fino a noi, in cui trova scritto: "a (con uno svolazzo in senso antiorario) = anfora".

L'anfora della nota era un'antica unità di misura per i liquidi, come il litro o il gallone USA per intenderci. E la ritroviamo (anzi, lui la ritrovò) in una lettera di due secoli dopo, datata 24 maggio 1532, che il mercante toscano Francesco Lapi spedì da Siviglia a Filippo di Filippo Strozzi in quel di Roma, parlando di certe navi:

"Perché là un'anfora di vino, che è 1/30 di botte, vale 70 o 80 ducati."

Nella lettera l'anfora è indicata con il simbolo @, identico a quello che abbiamo sulla tastiera noi. Così il buon Stabile fiuta la traccia, e visto che in spagnolo la chiocciola si chiama arroba (presumibilmente dall'arabo ar-roub, che vuol dire "un quarto di": ancora misure!), va a vedere sul dizionario spagnolo-latino di Antonio de Nebrija, stampato in Salamanca nel 1492: ci si trova che "arroba = amphora". Deve trattarsi della stessa unità di misura.

La nostra arroba traversa poi l'Atlantico verso il Nuovo Mondo, dove viene adottata assieme a molte altre cose spagnole (per esempio il $, ma questa è un'altra storia), però cambia significato: nelle colonie inglesi del New England la chiocciola significa "al prezzo di", e la troviamo perfino nelle carte di George Washington alla Biblioteca del Congresso di Washington D.C., per esempio in una fattura del 20 settembre 1779, un acquisto di materiale di cancelleria in cui i prezzi sono tutti preceduti dalla nostra @.

Essendo all'epoca un simbolo commerciale di uso comune, i costruttori di macchine da scrivere anglosassoni lo inclusero nella tastiera dei loro modelli per ufficio, e qualche decennio dopo la IBM (che, ricordiamocelo, significa International Business Machines) la incluse nelle tastiere dei suoi terminali di computer, nel suo standard EBCDIC e poi anche nello standard ASCII di cui fu promotrice e che la accolse, definitivamente, nel novero dei suoi 126 caratteri standard. Il resto fa parte della storia che ci ricordiamo anche noi...